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Declassare Acireale e le sue Terme? Modello da salvaguardare


L’intervista di Enzo Coniglio al professore Salvatore Licciardello, pubblicata da Sicilia Informazioni

INTERVISTA A SALVATORE LICCIARDELLO SULLA STORIA DI JACI

DECLASSARE ACIREALE E LE SUE TERME? MODELLO DA SALVAGUARDARE

19 settembre 2013 – 09:10
terme_acireale
di Enzo Coniglio –

Era inevitabile che il recente articolo sulladecadenza di Acireale e delle sue terme, apparso su questo giornale il 15 settembre, contribuisse ad alimentare un aspro dibattito in corso sul futuro di questa importante cittadina siciliana, per molti versi simbolo di una storia gloriosa di riscatto morale, culturale ed economico che affonda le sue radici nella grande svolta del 1531 e che è ancora oggi attuale, se si considera il dibattito aperto sul ruolo che dovrà assumere il prossimo anno, in seguito alla abolizione delle province. Rimarrà un’area metropolitana di prestigio o sarà declassata a una municipalità tecnico-amministrativa periferica di secondo livello?

E questo ruolo non potrà certo definirlo Rosario Crocetta, estraneo a questa gloriosa storia cucita dai cittadini sulla loro pelle e irrorata dal loro sangue: deve essere definito dagli Acesi appunto che sapranno certamente ritrovare l’orgoglio, la competenza e la volontà di riscatto di un tempo.

A tal proposito, abbiamo chiesto al professor Salvatore Licciardello, che da molti anni compie apprezzate ricerche sulla evoluzione storica di Acireale, di ricordarci alcuni aspetti salienti della storia di Jaci e di confortarci con il suo illuminato pensiero.

Professor Licciardello, ma cosa è successo di tanto importante nel 1531 ad Acireale?

“La Terra di Jaci – formata da Castello, borgo del Castello e da vari casali – diventa città demaniale, appartenente alla Corona spagnola, e di fatto autonoma nelle scelte politiche, amministrative ed economiche. In una parola, si affranca dal vecchio potere feudale dei baroni di Mastrantonio”.

Attraverso quali forze è stato possibile raggiungere un tale importante riscatto?

“Il riscatto della Terra di Jaci è stato possibile tramite la lungimiranza del ceto denominato dei “gentilhomini”, formato da un gruppo coeso di possessori di cariche pubbliche, di proprietari terrieri e di commercianti, a cui si è associato il ceto degli honorati e dei ministrali, possessori di cariche pubbliche minori. I due ceti potevano contare sulla alleanza con alcuni cittadini di Catania che avevano molti interessi in Jaci, specie nel settore agricolo”.

Come hanno fatto gli Acesi ad acquisire, negli anni successivi, la superiorità economica e commerciale e assicurarsi una buona qualità di vita?

“Jaci Aquilia (Acireale) – che era il casale più piccolo nel 1531 – ha acquisito, nel corso del ’600, la superiorità economica e commerciale sugli altri casali e in particolare su Aci S. Antonio e Filippo che si staccheranno da Jaci Aquilia nel 1639/40. Tale superiorità è stata raggiunta attraverso accorti e talvolta spregiudicati investimenti; la concessione in enfiteusi di terreni del Bosco di Jaci appartenenti alla collettività e alla Secrezia Regia; la produzione di lini, di canape e di seta. Rilevante l’investimento nel settore agricolo e in particolare nel commercio del vino nella Contea di Mascali che comprendeva anche la zona di Giarre e di Riposto. Il ceto dei gentilhomini si faceva un vanto quando poteva vivere di rendita e acquisire il blasone gentilizio, mentre un nuovo ceto emergente, composto da artigiani, fittavoli, piccoli commercianti, sviluppava attività artigianali di pregio che hanno permesso nel ’700 ai loro “Consolati delle Arti e dei Mestieri” di sviluppare diverse attività commerciali e di accumulare una ricchezza significativa che investiva nel settore agricolo”.

Qual’è stata l’interazione tra Acireale, il territorio del bosco d’Aci e Catania?

“All’indomani del riscatto dal potere feudale del 1531, la politica di Jaci Aquilia ha teso a raggiungere piena autonomia dai Catanesi. Negli anni successivi, ha realizzato inoltre una stretta interazione città-territorio con una progressiva privatizzazione delle terre del “bosco di Jaci”, dove anticamente gli abitanti avevano la possibilità di usufruire degli usi civici: semina, raccolta di frutta, utilizzo del legname, ecc. Se da un lato tale privatizzazione ha comportato un impoverimento dei servizi per la collettività, dall’altra la stessa collettività ha conosciuto un dinamismo economico eccezionale”.

L’alto livello culturale di Acireale, sede di due Accademie e di importanti collegi di istruzione, quanto ha influito nel rendere sostenibile una tale crescita?

“Il Settecento e l’Ottocento costituiscono due veri e propri secoli d’oro per la città. Non c’è alcun dubbio che la crescita economica, urbanistica, sociale e culturale di Acireale, è stata resa possibile anche grazie alla presenza dinamica di due Accademie (dei Dafnici e degli Zelanti), di vari collegi ecclesiastici (Filippini, Gesuiti, Fratelli delle Scuole Cristiane…), di istituti femminili (Spirito Santo, Buon Pastore, Arcangelo Raffaele, etc). Particolare il contributo del collegio Santonoceto e del Regio Liceo Gulli e Pennisi. Da non sottovalutare la presenza di conventi (Cappuccini, Domenicani, Frati Minori, Carmelitani…) Una così ricca presenza ha contribuito non poco a far raggiungere ad Acireale un alto livello,etico, morale e culturale”.

La presenza ecclesiastica ha favorito un tale sviluppo?

“Non c’è alcun dubbio sin verso la fine del Novecento”.

E la Politica? Il “Consiglio Comunale”, che ruolo hanno avuto in termini di progettazione, di efficacia e di efficienza?

“Il “Consiglio Comunale” composto dai “Giurati” prima e dai “decurioni” dopo sino al 1860, ha avuto un ruolo di primo piano in termini di progettazione, di efficacia e di efficienza. Faccio un paio di esempi: nello spazio di pochi mesi, 1792, è stata costruita l’attuale piazza Pasini, malgrado alcune controversie; nel 1811 è stato realizzato l’attuale corso Savoia dal Duomo a porta Cusmana; è stato costruito l’ospedale S. Marta; nel 1848, nel pieno della rivoluzione liberale, è stato acquisito il terreno dove, a tappe, sarà costruita la Villa Belvedere che costituiva un antico sogno degli Acesi. In appena un decennio – gli anni ’70 del 1800 – saranno costruite le terme, il teatro Bellini, numerosi palazzi signorili, si apriranno strade ed altre si sistemeranno secondo un piano di “ornato”. E’ durante quel decennio che viene costituita la Diocesi di Acireale”.

 Qual’è stato il contributo delle grandi famiglie “forestiere” e da dove provenivano?

“Il contributo delle famiglie “forestiere” non sempre è stato positivo, nel senso che esse hanno guardato più al proprio “particulare” che alla collettività. Mi riferisco in particolare ai genovesi, bancheri per lo più, Airoli, Scribani, Costa, Pasini, Vigo, che, comunque, attraverso l’investimento di parte delle ricchezze accumulate, hanno dato un contributo allo sviluppo di Acireale”.

Come si inserisce in questa storia la famiglia Pennisi di Floristella, la nascita delle nuove Terme e l’integrazione con il tessuto turistico attraverso la creazione del Grande Albergo delle Terme?

“La famiglia Pennisi di Floristella si inserisce appieno nello sviluppo economico e culturale di Acireale dalla metà dell’800 in poi. Agostino Pennisi di Floristella nel 1873 fece costruire le Terme (arch. Falcini di Firenze), creò il Grand Hotel des Bains: terme ed hotel accolsero migliaia di turisti, tra cui Richard Wagner, il re Umberto I e la Regina Margherita di Savoia”.

In che percentuale hanno contribuito l’economia reale e i mercati internazionali (seta, vino, agrumi…) sul benessere di Acireale?

“Il benessere di Acireale è stato creato dalla tenacia, dall’intuito e dall’intelligenza degli Acesi, che hanno guardato ai mercati internazionali esportando soprattutto seta e vino e poi, nel corso del ’900, agrumi: la stazione ferroviaria di Acireale è stata per molto tempo, il centro più importante per l’esportazione di agrumi della Sicilia nei paesi del centro Europa e dei paesi dell’Est”.

Un salto dalla storia antica ai “tempi moderni”. Si è fatto una idea dei motivi della crisi attuale e del modo per venirne fuori?

“I motivi della crisi attuale sono vari e non tutti addebitabili agli Acesi e alla sua classe dirigente. Venirne fuori è molto difficile; bisognerebbe per alcuni aspetti, guardare al passato di Aci (si conosce poco la sua storia) in una prospettiva di futuro, vale a dire cogliere alcune caratteristiche della vecchia classe dirigente, non aliena da pecche naturalmente, e riproporle in una versione più aderente alla realtà di oggi: a me sembra che la politica di un tempo era meno legata alle alchimie politiche odierne; i governanti di un tempo avevano alto il senso dell’amministrazione collettiva e talora ci mettevano del proprio per risolvere alcuni problemi, come il sindaco Giuseppe Grassi Russo nel 1876/78″.

Professor Licciardello, in conclusione, che misure di cambiamento suggerirebbe alla nuova Amministrazione 2014 nell’interesse esclusivo dei nostri figli e nipoti?

“Suggerirei un cambiamento di mentalità e di prospettiva: la cultura in questi ultimi 50 anni è stata la grande negletta e quando parlo di cultura mi riferisco ad un progetto di città condiviso. La cultura è sinergia di forze sociali, economiche e culturali. I problemi si dovrebbero affrontare non singolarmente ma all’interno di un progetto più vasto. La cultura è turismo, sono le terme, sono le grandi opere eseguite non per creare particolari ricchezze ma per una loro redistribuzione che incentivi ulteriore sviluppo e senso di appartenenza ad una collettività che non può essere grande solo per il suo passato”.

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