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Termalismo: la voce dell’Enciclopedia Treccani


dal sito dell‘Enciclopedia Treccani on line

TERMALISMO

Enciclopedia Italiana – V Appendice (1995)

di Eraldo Leardi

TERMALISMO

La definizione ufficiale di t. in Italia è ancora quella data da un Regio Decreto del 28 settembre 1919, secondo cui sotto questo nome è da intendersi l’attività svolta in stabilimenti (terme) dove, in funzione delle proprietà terapeutiche o igieniche speciali loro riconosciute, si pratica la pozione di acque minerali, si utilizzano fanghi caldi sia naturali sia preparati artificialmente (fig. 1), limi, muffe e simili, si sfrutta la presenza di grotte in particolari condizioni di temperatura e umidità. Si tratta di vere e proprie risorse naturali variamente distribuite, la cui valorizzazione si accompagna spesso alla ricerca di nuove falde acquifere, alla loro captazione, all’impianto di opere di adduzione, canalizzazione, sollevamento meccanico, alla costruzione di stabilimenti spesso assai complessi, dotati dei locali e delle apparecchiature necessari per i vari tipi di cura e per prestazioni paratermali, fisiochinesiterapiche, pneumoterapiche e talassoterapiche. Condizione prima perché il t. possa svilupparsi è ovviamente quella della presenza delle acque minerali calde o fredde, ma il suo successo è legato a varie condizioni: la motivazione medica, il tenore di vita della popolazione, la legislazione sociale.

In Francia le stazioni termali sono 94; l’80% delle persone che le frequenta è a carico dell’assistenza sociale. Si tratta in genere soprattutto di donne fra i 50 e i 70 anni, spinte pressoché esclusivamente da problemi di salute. È da registrare una preferenza dei Francesi abbienti per le terme italiane, perché in condizioni di garantire non solo cure ritenute efficaci, ma anche un soggiorno in luoghi piacevoli e culturalmente interessanti. In Germania, dove la frequentazione delle terme è molto diffusa ed è favorita dallo stato, le pur numerose stazioni non sono sufficienti a soddisfare le richieste locali, e sono oltre un milione i Tedeschi che fanno capo all’estero, preferendo di gran lunga, per le stesse ragioni già dette per i Francesi, i centri italiani.

Restano fuori dal circuito del turismo termale paesi assai attivi in altre forme di turismo, quali i Paesi Bassi, la Gran Bretagna, gli Stati Uniti e il Canada, dove il mondo medico ufficiale non concede grande credito al ruolo terapeutico delle cure idropiniche e alla fangoterapia. In Svezia lo scarsissimo interesse per le cure termali si accompagna alla totale assenza di stazioni in cui sia possibile praticarle. Il t. è molto diffuso in Giappone, dove ha tuttavia caratteristiche del tutto particolari: esclude infatti ogni scopo puramente curativo e assume quello di un turismo di vacanza, dedicato al riposo, al relax. Grandissima rilevanza ha nei paesi dell’Europa orientale, dove rappresenta una notevole percentuale dell’intero movimento turistico. L’Ungheria è nota come uno dei paesi più ricchi di acque termali: le sue stazioni riscuotono rinomanza mondiale, e Budapest stessa è una città ”idrominerale”: non c’è infatti un suo quartiere che non abbia una sorgente termale (più di un centinaio); il lago di Héviz è il più grande lago di acque termali esistente nel mondo.

I paesi dell’ex Unione Sovietica presentano a loro volta le seguenti disponibilità: 5000 sorgenti di acqua minerale, oltre 700 depositi di fanghi medicinali in vari laghi ed estuari, circa 450 località ove le condizioni climatiche sono particolarmente salubri, più di 500 stazioni termali. Sono sorte immense città-giardino, quali Anapa e Soči, stazioni aperte tutto l’anno.

In Italia, nel 1976 − ultimo anno di gestione da parte del ministero dell’Industria, del Commercio e dell’Artigianato (Direzione generale delle miniere) − furono registrate 555 concessioni di sfruttamento, di cui 310 di acqua minerale e 245 di acqua termale, con forte prevalenza della Toscana, del Piemonte e dell’Emilia per le minerali, del Veneto e della Campania per le termali. La ricerca e la gestione di tutte le acque, e quindi dell’attività termale, fanno ora capo, salvo limitate eccezioni, alle Regioni. La crescita è stata a lungo impetuosa, ma il suo ritmo non è stato pari a quello del turismo in generale. Le cifre relative al 1988 sono molto eloquenti: 400 stabilimenti con 7500 addetti, 90.000 posti letto negli alberghi soprattutto dedicati ad esso, un fatturato di oltre 4600 miliardi. Sempre nel 1988 si sono registrate 18 milioni di presenze, il 25% delle quali straniere, per una buona metà tedesche, e con quote assai minori, francesi, austriache, svizzere, finlandesi. Gli anni più recenti hanno segnato una significativa inversione di tendenza. Nel 1993 sono stati registrati 2.574.744 arrivi (1.782.900 Italiani, 791.844 stranieri) e 15.382.200 presenze (10.992.504 Italiani, 4.389.696 stranieri). Rispetto all’anno precedente gli arrivi e le presenze di Italiani hanno subito un calo rispettivamente pari al 10,75% e al 13,36%, ricollegabile sia alla congiuntura economica sfavorevole sia, soprattutto, a una riduzione delle agevolazioni. Lo stesso calo ha interessato anche la clientela straniera, ma in misura assai inferiore; è stato infatti pari al 3,02% e al 4,44%. Abano, Montegrotto, Battaglia e Galzignano formano il più importante comprensorio termale d’Europa; Montecatini, Chianciano, Salsomaggiore, Ischia, Fiuggi sono stazioni che godono vastissima rinomanza (figg. 2, 3).

Il t. appare sempre più strettamente intrecciato con il turismo. Anche nella scelta di centri termali puri, quali possono essere considerati Abano, Salsomaggiore, Montecatini e Fiuggi, i motivi della preferenza loro accordata vanno spesso ben oltre la qualità delle cure da essi garantita; i curandi, che spesso sono accompagnati da altre persone, hanno in genere largo tempo libero, ed è ben ovvio che nella loro decisione abbia spesso gran peso la possibilità di soddisfare altri interessi, non soloin loco ma anche nelle vicinanze più o meno immediate, nella fattispecie in alcune tra le più famose città italiane. In questi casi è il t. che genera turismo, ma è il turismo che sostiene il t.; dove tale possibilità è scarsa (come ad Acqui, San Pellegrino, Bognanco) si sono create situazioni di grave stasi, se non di crisi; perché c’è chi rinuncia alle ferie per curarsi e c’è chi rinuncia alle cure per andare in ferie, ma sono certamente più numerosi coloro che, scegliendo il centro termale, cercano di contemperare entrambe le esigenze.

Gratificati dall’amenità del clima, in condizioni di buona accessibilità, alcuni centri termali hanno sviluppato tipi diversi di turismo; per es., Bormio e Lurisia si sono qualificate come stazioni termali e turistiche d’estate e come centri di sport della neve d’inverno. Le due clientele stagionali non hanno nulla in comune e operano la loro scelta con criteri completamente opposti, ma i successi nell’uno e nell’altro campo giovano alla reciproca pubblicità, e ne guadagna soprattutto un più conveniente sfruttamento delle capacità ricettive. È certo difficile valutare quanto contino le varie componenti, ma qualche valutazione può essere fatta esaminando per un certo arco di tempo il rapporto tra il numero dei presenti e quello dei curandi; un incremento più accentuato dei primi segnala infatti un maggiore apprezzamento della funzione turistica, mentre l’accresciuto peso percentuale dei secondi assicura che la clientela turistica è sempre più sensibile all’offerta termale. Nei centri dove il t. e il turismo hanno avuto uno sviluppo particolarmente intenso la polifunzionalità garantisce una più economica gestione delle attrezzature alberghiere, soprattutto quando le due attività mantengono propri ritmi stagionali. A differenza di quanto comunemente avviene per molti centri turistici, il successo di un centro termale non riceve grande impulso dalla vicinanza di un mercato di utenza numeroso e ricco, se non per la parte, invero assai cospicua, rappresentata dai turisti pendolari o di fine settimana.

Anch’essa coinvolta nelle profonde variazioni tipologiche dei movimenti turistici che da elitari sono diventati fenomeni di massa, la clientela termale ha conservato caratteri specifici. C’è innanzitutto la distinzione per sesso, per la quale si rilevano prevalenze femminili o maschili a seconda delle cure praticate. Per quanto riguarda l’età, la fascia nettamente più rappresentata è quella fra i 45 e i 65 anni. Risultano presenti tutte le categorie professionali, ma è particolarmente imponente la massa di coloro che dispongono più liberamente del proprio tempo e fruiscono dell’assistenza mutualistica, quindi soprattutto di casalinghe, pensionati e dipendenti pubblici. Ciò ha portato a una crescente prevalenza delle attrezzature ricettive di livello medio-basso e a una riqualificazione degli ”accessori”. Scomparsi i casinò e caduto l’interesse per i concerti lirici, si fa sentire maggiormente l’esigenza di impianti sportivi, di giochi, di spettacoli e mostre, di attività culturali.

Caratteristica del t. è la diversa durata media dei soggiorni rilevabile nei vari paesi: è considerata ottimale quella di tre settimane, prevalente in Francia, Austria e Germania, dove altrettanti sono i giorni concessi dagli enti di assistenza, mentre in Italia, per la stessa ragione, la durata si riduce a 14÷15 giorni, e nei paesi dell’ex Unione Sovietica, dove, come si è detto, il t. rappresenta la forma più comune di vacanza, sale a 26. Il divario fra la domanda di prestazioni e l’offerta massima erogabile con le attrezzature disponibili è per lo più assai elevato. La dilatazione dei periodi in cui le attrezzature vengono usate a pieno regime risulta maggiore dove più cospicua è la presenza straniera, che da sempre predilige le basse stagioni, o dove alle cure più propriamente mediche si sono affiancate le ”sale di bellezza” se non vere e proprie ”cliniche della salute”, affidate a dietologi, fisiologi e fisioterapisti, o infine dove si è affermato un turismo più diversificato, compreso quello che si riunisce per congressi.

Con queste caratteristiche le stazioni termali assumono sempre più le qualità proprie di un fatto industriale, generatore di un indotto socio-economico a cui conseguono effetti territoriali articolati sullo sviluppo delle strutture ricettive, del tempo libero e dei trasporti. Sono altrettanti motivi che, insieme a quelli derivanti da specifiche emergenze locali, differenziano le varie stazioni termali, le quali peraltro ripetono fondamentalmente uno schema urbanistico comune. Esse devono innanzitutto rispettare alcune opportunità, quale quella di costruire gli stabilimenti il più vicino possibile alle sorgenti quando si utilizzano acque calde. I vari tipi di cura suggeriscono poi una particolare distribuzione dei fabbricati, con il parco che si pone come elemento accentratore dei fatti funzionali più importanti: il padiglione di distribuzione dell’acqua, saloni e portici per la sosta e la deambulazione, padiglioni distinti per le varie cure e i servizi medico-assistenziali. Poiché anche gli alberghi, e quindi i locali di riunione e svago, ambiscono le vicinanze del parco, l’uso di viali alberati e la disponibilità di propri giardini, gli standard urbanistici prevedono spazi verdi eccezionalmente ampi. Ne deriva che il dimensionamento delle stazioni termali è condizionato non solo dalla capacità delle sorgenti, dal tipo e dalla qualità delle cure, ma anche, e soprattutto, dal livello urbanistico compatibile con la più ampia realtà locale.

Bibl.:E. Leardi, La funzione turistica: i centri idrominerali italiani, in Bollettino della Società Geografica Italiana, 10-12, Roma 1978, pp. 517-38; Touring Club Italiano,Stazioni termali in Italia ed altri luoghi di cura, Milano 1982; Sorgenti termali d’Italia, “I grandi libri illustrati”, ivi 1991; C. Bettelli, Bellezza e salute, ivi 1992;Arte letteratura e civiltà dei luoghi termali, “Biblioteca delle terme”, ivi 1992;Guida alle acque della salute. Le stazioni termali e i centri di salute per curarsi con l’acqua, a cura di M. Tizzani, “Guide verdi”, Busto Arsizio 1992; N. Zanni, Immagini della città termale. Da Bath a Salsomaggiore, Milano 1993.

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