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Terme. Di acqua c’è solo quella alla gola

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L’articolo di Chiara Borzì sul Quotidiano di Sicilia del 30 giugno 2017

Terme isolane con l’acqua alla gola

di Chiara Borzì

Acireale e Sciacca ferme da tre stagioni e indebitate per 17 e 10 mln €, le altre 10 attraggono il 5% dei turisti del settore. Lontani i modelli Montecatini e Sirmione (oltre 4 mln di fatturato) e Petriolo (3,5)
È un altro anno senza terme per la Sicilia, regione priva dei suoi stabilimenti più grandi e redditizi, ovvero Acireale e Sciacca.
Entrambi sono ufficialmente chiusi da circa 3 stagioni, esattamente dalla primavera del 2015
Nessun guadagno, dunque, per il termalismo locale da Sciacca ed Acireale, al contrario fonti di una valanga di debiti e di problematiche legate non solo dalla chiusura di una tradizione termale antica ma anche al depauperamento delle strutture e degli impianti, fattore che creerà un’inevitabile perdita di valore dei beni immobili.
Il termalismo siciliano affonda mentre a Mezzogiorno la sola Campania ha la forza per inserirsi da protagonista nel giro economico del business del benessere. Alimenta da sola quasi il 30 per cento del termalismo italiano.
Un settore che ha avuto la forza di evolversi, svecchiare e progredire, alleandosi innanzitutto con lo sport e gli eventi. Ed infatti basti pensare che nella sola Montecatini Terme il mese di giugno è stato un fiorire di eventi collaterali collegati a due sport, calcio e basket, che hanno portato squadre, staff e tifosi in una location dove l’alloggio a notte supera i 40 euro e il flusso turistico medio si aggira intorno alle 181 mila persone in giugno. Il guadagno, dunque, si aggirerebbe in oltre 7 milioni di euro al mese.
La Sicilia è fuori dalla lunga scia del nuovo business termale. Con le sue dieci aziende censite da Federterme nell’ultimo rapporto disponibile (2015) essa occupa appena il 2,6 per cento del comparto.
Il termalismo è favorito dalla posizione acquisita dalla Sicilia per percentuale di aziende accreditate con il SSN, tra il 60 e il 90 per cento in totale. Il 32 per cento delle prestazioni erogate a Mezzogiorno sono convenzionate, percentuale vicina al 40 per cento totale del Nord-Est. Causa la crisi, la contrazione dell’accesso al credito e la concorrenza proveniente dalle province interne Campania, Toscana, Veneto e gli stati europei come Austria, Croazia, Slovenia e Ungheria, si assiste ad una riduzione generale dei guadagni delle aziende locali.
Il rapporto Federterme non offre purtroppo stime regionali, ma possiamo ugualmente riscontrare questa evidenza facendo riferimento alla riduzione del numero di rimborsi in denaro ottenuti dalla Sicilia per le cure convenzionate in SSN.
Nel 2015 sono stati versati poco più di 3 milioni di euro, mai così poco in 8 anni di rilevazioni effettuate secondo i dati elaborati dal Ministero della Salute. Da valutare con attenzione anche il dato del 2014, che parla di oltre 4,2 milioni di euro restituiti alle terme siciliane, ovvero in questo caso la somma più alta mai disposta dal 2008.
Senza Acireale e Sciacca il termalismo siciliano sembra resistere con orgoglio, ma vive una condizione decisamente altalenante se in un solo anno i rimborsi disposti dal ministero sono in grado di precipitare per circa un milione di euro. L’offerta ricettiva legata al turismo termale conta 3.709 imprese per un totale di oltre 145 mila posti letto, pari al 3,2% del ricettivo in Italia.
La Sicilia attrae appena il 5,1 per cento del flusso niente a che vedere con il 21 per cento di una regione “insospettabile” come il Trentino Alto Adige.
La Toscana, il Veneto e il Trentino Alto Adige hanno fatto registrare il maggior numero di flussi turistici nelle località termali, sia in termini di arrivi che di presenze.
In generale l’Italia conta 380 stabilimenti termali che si trovano in 19 regioni, in 180 Comuni, circa 65.000 addetti diretti e indiretti, circa 800 milioni di euro di fatturato nel 2015, 15 milioni di prestazioni termali erogate (nel 2014) a carico del Servizio sanitario nazionale.
E la Sicilia è ai margini di questo business, perché l’impasse che colpisce Sciacca e Agrigento porta la Sicilia a perdere quasi 110 milioni di euro che sarebbero utilissimi per incrementare anche questa forma di turismo.

Terme di Sciacca, impasse che dura da ormai 5 anni
SCIACCA – Prima della sua uscita di scena, sancita dalla scadenza del mandato e la volontà di non ricandidarsi a sindaco del capoluogo di Sciacca, Fabrizio Di Paola ha restituito alla città un dossier di circa 200 pagine in cui ha ripercorso tutto lo storico degli interventi promossi a favore dello sblocco dell’impasse terme.
Un lungo periodo, iniziato nel 2012 e che continua nel 2017 senza che sostanzialmente qualcosa sia cambiato. Da parte sua il comune ha sostenuto la realizzazione dell’impianto di separazione dello sversamento delle acque sulfuree da quelle nere, che non permise a suo tempo l’assegnazione della gestione e la rinascita delle terme all’Asp di Agrigento, poi nel 2016 con emendamento sostitutivo al disegno di legge 1214 la Regione ha autorizzato l’acquisto di beni immobili e di diritti reali sui beni in possesso sia delle Terme di Sciacca che di Acireale, il tutto per alleggerire i debiti degli stabilimenti, ma nulla di tutto ciò è stato utile per procedere alla famosa e tanto sperata messa a bando delle terme.
Accade così che, oltre all’inquantificata perdita di valore dei beni immobili, chiusi ma non del tutto abbandonati grazie alle opere di scerbatura effettuate da scout, forze civiche e Comune, che andrà ad incidere sul prezzo di vendita dei beni immobili connessi, sono 10.343.928,99  gli euro in debito a capo delle Terme di Sciacca al 31 dicembre del 2015. Il rischio è la svendita, se mai ci sarà la possibilità di mettere le strutture all’asta.

Il sindaco di Acireale Roberto Barbagallo: “Disposti a rivedere i debiti per far ripartire le Terme”
ACIREALE – Se il Comune di Sciacca ha preparato almeno un dossier per documentare la cittadinanza sui fatti, dal Comune di Acireale sulla questione terme non perviene alcuna particolare informazione.
Di terme non si parla neppure in consiglio comunale. “Non c’è nulla da dibattere in consiglio, perché la situazione rimane sempre la stessa: è la Regione che deve intervenire e accendere il mutuo promesso per saldare i debiti che interessano le Terme di Acireale. Se questo non succede non possiamo fare nulla – ha spiegato il sindaco di Acireale Roberto Barbagallo -. Da parte nostra siamo anche disposti a rivedere le somme che le Terme ci devono, purché l’attività possa ripartire. I debiti con Unicredit possono essere, anche questi, presi in considerazione con la possibilità di dialogare con la banca, ma senza nuove notizie dalla regione non possiamo far nulla. Passato questo step, in uno-due mesi si può stendere un bando per capire finalmente che appetibilità hanno ancora le Terme di Acireale verso possibili acquirenti”.
Uscito di scena il liquidatore Giafranco Todaro, la liquidazione dello stabilimento acese è in mano a ben tre figure: Francesco Petralia, Nino Oliva e Vincenza Mascali.
Questa nel dettaglio la somma relativa ai debiti contratti dallo stabilimento acese: oltre 17 milioni di euro verso creditori vari ed esattamente 2.554.034,00 nei confronti della stessa regione. Il mutuo invocato dal primo cittadino acese, per cui la Regione è stata autorizzata in esercizio finanziario 2016, conta un importo massimo di 18.900.000,00 di euro, a fronte di un passivo di liquidazione di 16.727.653,00 euro.

Articolo pubblicato il 30 giugno 2017 – © RIPRODUZIONE RISERVATA

 

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