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Terme, errori su errori. Dodici anni gettati via


dal Corriere di Sciacca

Si può avere fiducia nella Pubblica Amministrazione quando essa stessa è stata l’artefice unica di un incredibile inanellarsi di errori che hanno condotto le terme nel baratro della chiusura? La risposta non può che essere decisamente negativa. E’ come affidarsi, per un intervento chirurgico, a Pino del famoso comizio di Cetto La Qualunque: “A che serve la laurea, Pino ha due mani di fata. Dovreste vederlo quando sfiletta i delfini che pesca la domenica mattina”.

Quanti errori sono stati commessi da mamma Regione, nel suo insieme di strato politico e dirigenziale? Difficile elencarli tutti. Facile dare un inizio: 2005. Sei anni dopo (1999) la legge sulla privatizzazione emanata quando presidente della Regione era Angelo Capodicasa. Sei anni di silenzio, poi l’accelerazione di un piede da principiante al quale si è data una Ferrari. Troppa accelerazione con la conseguenza che il bolide è andato a schiantarsi. L’allora assessore regionale al Turismo, Fabio Granata, accelerò talmente tanto che decise di far costituire le due società per azioni di Sciacca e Acireale.

La Terme di Sciacca Spa fu costituita talmente in fretta che mamma Regione passò i 4.5 milioni di debiti dell’Azienda Autonoma delle Terme sullo stato economico della nuova società. La Terme di Sciacca Spa partì, dunque, con un Consiglio di Amministrazione targato esclusivamente da nomine politiche, senza liquidità e con un passivo di 4.5 milioni di euro. Primo grande madornale errore che mise la novella società termale sul solco del baratro. Alcuni dirigenti pensarono di poter ripianare i debiti con una legge che non trovò mai applicazione. Per un semplice e banale motivo. La Regione non poteva più intervenire a risanare economicamente le passività lasciate in dote perché la Terme di Sciacca Spa era una società che si perimetrava entro il diritto privatistico. In parole povere, la Regione non poteva operare con il ripianamento dei debiti perché avrebbe infranto le norme comunitarie sulla libera concorrenza.

Poi venne la questione della salvaguardia del personale con l’invenzione del “ruolo unico ad esaurimento”. La prima legge non bastò perché conteneva anomalie. Ne furono fatte altre due. Questo dimostra la superficialità con cui mamma Regione affronta le questioni.

La Terme di Sciacca Spa, senza soldi e con debiti man mano lievitati, si trovò sull’orlo del baratro. Bastò, poi, un soffio, per farla precipitare. Si avvicendarono tantissimi assessori regionali al Turismo che fecero passerella a Sciacca, promettendo “la qualunque”. Da Fabio Granata a Dore Misuraca, da Francesco Cascio a Michela  Stancheris, e tanti altri dei quali ho perso la cronologia. Gli assessori passavano, i problemi no, anzi, si aggravavano.

Nel 2010 si cominciò a parlare di bando di evidenza pubblica per affidare le strutture termali a privati. Fu fatto un corposo studio, costato 200 mila euro, a cura di Sviluppo Italia-Sicilia. Studio che può essere ancora una base solida per utilizzarlo, senza il bisogno di “commissioni consiliari” o “tavoli tecnici”. Fu emesso il bando, tra l’altro la Regione dimenticò di pubblicarlo a livello internazionale. Manco in inglese era scritto. Arrivò solo una offerta locale per la gestione della pizzeria.

Qualche anno fa iniziò il processo di liquidazione. A proposito di liquidazione, mamma Regione tiene ancora la vecchia Azienda Autonoma delle Terme, oggi ancora in liquidazione. Poi c’è stata la vicenda dell’acquisto da parte della Regione di un suo bene conferito al momento della costituzione della Terme di Sciacca Spa, le piscine Molinelli. Riuscì a comprare un suo bene per 3 milioni di euro.

Poi lo scorso 13 settembre stipulò il rogito notarile per riunificare i suoi beni. Ma non tutti, tranne l’ex Motel Agip, il Piccolo albergo, rimasti nella disponibilità della Terme di Sciacca Spa a garanzia di debiti con il Comune (1 mln di euro), con l’Azienda Autonoma delle Terme (1.2 mln di euro) e qualche altro fornitore come l’Enel. Poi, nacque la vicenda dell’Albergo San Calogero con stufe annesse. Non figurano ancora nel catasto.

Fin qui una sintesi delle vicende, ma c’è tanta roba da scrivere un libro. Senza dimenticare la lunga discesa della Terme di Sciacca Spa. Prima con cinque membri “politici” del Consiglio di Amministrazione, con costi che superavano i 200 mila euro l’anno. Poi si scelse, visto i risultati, di optare con un amministratore unico. Poi la messa in liquidazione. Una lunga agonia frutto di scelte politiche. Quella politica che ancora oggi vuole metterci le mani.

Ora si discute sulla concessione dei beni dalla Regione al Comune. La concessione della patata bollente.

E ancor prima di leggere una bozza per comprendere a cosa va incontro il Comune, e di conseguenza i contribuenti saccensi, il dibattito è acceso sulla costituzione di una Commissione consiliare. Il tavolo tecnico proposto dai grillini è stato bocciato in Consiglio comunale.

Siamo preoccupati, davvero. Lo siamo perché dalla Pubblica Amministrazione, specie quella siciliana, non abbiamo mai avuto un esempio meritevole di plauso. Quando la Pubblica Amministrazione ha messo le mani nel campo del business, i risultati sono stati sempre disastrosi.

Vorremmo sbagliarci, ma come facciamo a sperare di sbagliare quando gli esempi abbondano fino a formare un manuale di cosa non bisogna fare?

Filippo Cardinale

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